March 24th, 2012

UOMINI E TOPI.

Chissà che cosa pensano di noi i topi usati in laboratorio per le analisi e le sperimentazioni. Certi giorni mi immagino che guardino, coi loro piccoli occhietti a bottoncino, i grandi volti degli umani deformati dal vetro e dalla distanza che li osservano dall’esterno, e che pensino di far parte di un universo di orrore in cui la loro misera vita si svolge in balia di creature che decidono i loro pasti, i loro percorsi, le loro sofferenze e la loro morte.

Altri giorni invece mi sento il ricercatore, e osservo le gabbie di vetro intorno a me, entro le quali si dibattono i topi che vivono la nostra stessa vita. Miracolosamente, queste creature dotate di rudimentale intelligenza e funzioni vitali elementari, si aggirano nelle loro piccole scatole convinte di vivere una vita; agiscono, si affannano, e lottano, e credono di raggiungere degli scopi; a me a vederle da fuori fanno pena (talora senso), perchè a mio avviso stanno lottando per un pugno di miglio e un giorno di vita in più.

Eppure noi siamo circondati, ogni giorno, da specie differenti di topi rispetto a quelli da laboratorio. Dei topi che si aggirano liberamente per le strade, hanno anche delle occupazioni lavorative, fanno cose, agiscono. Sembrano normali, e non lo sono.

Questi topi nostrani hanno però in gran conto le apparenze, e nella loro Topolandia frequentano moltissimo il parrucchiere, non sempre con esiti felici; alcune di queste coiffeuses indulgono in tinte Arancione Tramonto nell’Aranceto o caschetti alla Biancaneve (con cerchietto), e chissà come mai non vengono denunciate all’Ordine della loro professione; frequentano moltissimo anche i negozi di pellami, spendono capitali in borse e scarpe, l’importante è che la marca sia riconoscibile e si capisca che hanno investito nel prodotto; anche l’abbigliamento si prende la sua parte di gloria, ma certi punti di rosa o di senape io li ho visti solo addosso a loro o nella scatola da 48 dei pennarelli Carioca.

Questi topi non leggono, mai, nulla. Qualche volta, in tono di aggressione, citano le ultime edizioni di autori apparsi in tivù, che non è di per sè stesso un male ma nemmeno un titolo di merito. Alberoni e Pansa, per intenderci. Se poi un libro vince un premio, tocca leggerlo per forza, fa prestigio. A casa loro è più facile trovare un a batteria di centrini che l’opera completa di Shakespeare, e sanno ricamare come Aracni, ma tutte le ragnatele sono finite dentro il loro cervello. Confondono i traguardi sociali con le virtù, ed essere sposate e stronze è meglio che essere delle brave persone.

Non sanno cosa sia l’amor proprio, la dignità, il rispetto di se stessi, ma in compenso si aggiornano su tutte le pubblicazioni matrimoniali del loro comune; magari non è neanche colpa loro, sono figli di molte generazioni di topi analfabeti e repressi socialmente, e gli unici confini che conoscono sono quelli dei loro squallidi mondi.

Questi giorni l’idea di essere circondata per un terzo della mia vita da branchi di questi stolidi animaletti un poco mi ha suscitato sgomento, mi sono sentita dentro un fumetto di Dylan Dog, ma poi ho pensato che per fortuna a me restano gli altri due terzi della vita, tempo nel quale mi perdo dentro l’odore polveroso e amaro delle pagine dei libri, dentro la meraviglia senza fine che dà il confronto quotidiano con menti illuminate, dentro la salda vertigine delle braccia dell’uomo che amiamo e che ci ama, dentro l’umida violenta dolcezza del suo corpo, dentro paesaggi senza orizzonte che ci aspettano ogni volta differenti, dentro la soddisfazione di non sapere che cazzo farsene di un uncinetto, dentro l’orgoglio di non aver partorito nessun figlio ma di essere in grado, qualche volta, di partorire discrete pagine di scrittura, dentro la soddisfazione di vivere diversi da tutti gli altri ma sempre, sempre in meravigliosa armonia col proprio credo e con la propria coscienza.

Se sono nati topi,  ci sarà un motivo.

January 29th, 2012

Pochi ma buoni.

Dal mio unico (e sui generis) status di partnerariato pseudoconiugale non mi manca quasi nulla. La maggior parte delle situazioni gratificanti e piacevoli si possono riprodurre, separatamente, e adattare alle nuove esigenze. Se mi viene voglia di cucinare per qualcuno, invito degli amici. Se parliamo degli afflati fisici, anche senza la nomina ufficiale di convivente gli uomini a letto danno rendimenti superiori alla media, se vi è dell’attrazione reciproca e financo un certo affetto. Sull’argomento del contare su qualcuno, se ho mai potuto contare su quell’uomo per qualcosa che non fossero patimenti d’animo e ansie di varia orgine, devo ancora scoprirlo. Sul fatto del condividere e del cammino di vita, l’unica cosa che abbiamo mai condiviso è il conto in banca (e ancora ne porto i segni) e la passione per la stessa squadra. Devo ammettere con una certa riluttanza che alcune atmosfere, certi colori, un profumo aleggiante nell’aria in quei crepuscoli di primavera mi scatenano nel cuore una nostalgia non passeggera, ma si tratta dell’indole romantico-contemplativa della scrivente, non di un concreto valore oggettivo della condizione perduta.

Ci sono però aspetti della convivenza dei quali non solo non se ne sente la mancanza, ma anche si inneggia al destino, si liba sulle are delle divinità, si sacrificano bianche giovenche e si va a piedi fino a Viterbo in scioglimento di voto di ringraziamento chiedendo si poter trasportare la Macchina di Santa Rosa insieme ai Suoi facchini.

Non so come la pensiate voi sull’argomento suocera. Io, devo dire la verità, un pò vittima della mia indole fiduciosa un pò tenendo in spregio i luoghi comuni, mi sono consegnata a suo tempo alla mia carnefice mani e piedi legati. E’ stata una mattanza. Sarà difficile in questo millennio, e raro anche in quelli precedenti, trovare una concomitanza di tanti e tali tipi di malvagità tutti assieme nella stessa persona. Esteticamente parlando, io quel tipo di cofana l’ho vista solo ad un’altra donna, oltre lei, ovvero Margaret Tatcher, e non è un paragone di cui andrei fiera. Magra era rimasta magra, ed essendo molto vanitosa ma inconsapevole del raggiungimento della soglia della terza età, azzardava particolari avvilenti come calze a rete e rossetto “Baciami Pompiere”, che come ognun sa tende a esaltare le rughe delle labbra fino al ridicolo. Peraltro posava a Magistra Elegantiarum, ostentava resoconti di soirèes in salotti della aristocrazia capitolina, millantava rapporti affettuosi e prossimi con corone ducali e marchesati, come neanche l’ultima camerierina di drug store. Credo mi considerasse come una ancella beduina o una profuga di guerra, mi pare mi abbia anche regalato dei suoi vecchi vestiti e delle coperte, che penso di aver usato per la cuccia del cane.

Di tutto quel che sui libri si legge sul “non ho perso un figlio ma ho trovato una figlia” non credete una parola, e spero che l’autore dell’espressione sia all’Inferno nel girone dei bugiardi. In mia presenza teneva molto stretta la borsetta, credo temesse che la scippassi al  riparo da occhi indiscreti. Ostentava di essere poverissima, anzi ospite da me tossiva platealmente stile Piccola Fiammiferaia, teneva le spalle curve e chiedeva delle minestrine, ma in realtà credo avesse una tenia lunga dei chilometri, perchè nemmeno io che sono quel che si dice una buona forchetta sono mai riuscita a starle dietro quando, al riparo da occhi indiscreti, giocava al pitone ingoiando animali quasi interi. Odiava l’umanità in generale e i poveri in particolare, solo chi fosse dotato di un conto in banca ragguardevole poteva sperare di aver grazia ai suoi occhi, fosse stato pure un membro di una loggia massonica deviata o un noto delinquente.

Ho tentato per molti anni di trovare in quel basilisco una scintilla di umanità, una particella anche infinitesimale di gentilezza, qualcosa che assomigliasse alla decenza dei sentimenti. Non ci sono mai riuscita. Tutto quel che mi respingeva, tutto quello che di lei mi scandalizzava, tutte le manifestazioni del suo essere per le quali sentivo vergogna per lei che non sapeva che cosa fosse la vergogna, sono serviti da cauterizzante immediato, e la ferita non si è mai infettata.

La mamma del mio uomo è morta poche settimana prima che ci conoscessimo, e ne sono affranta. Sono certa che fosse una donna semplice e buonissima, innamorata della sua numerosa famiglia, gelosa della sua cucina e prodiga di carezze. Una mamma dal cuore grande cresce figli dal cuore generoso, e sorridenti, e sereni, che piangono e ridono nei momenti giusti e se fanno del male soffrono nel profondo, sentono rimorso e compassione. Mandano per il mondo figli dall’indole leale, riservata, gelosi del proprio territorio ma curiosi del vostro, uomini per i quali non siete un surrogato nè della psicologa nè dell’infermiera nè della donna di servizio, che vi vogliono esattamente per quel che siete, oppure non vi vogliono affatto.

Ecco perchè credo che una suocera non è una donna cattiva.

E’ una donna cattiva che, purtroppo, a volte diventa una suocera.

 

December 22nd, 2011

L’inverno del nostro scontento.

Bilanci di fine anno:

  1. Tentativo di contenere uno dei Peccati Capitali ai quali vado soggetta, segnatamente l’ira: fallito. Non ci sono riuscita neanche una volta, e i momenti durante i quali ne sono stata preda assommano a una moltitudine. In particolare avrei voluto schiaffeggiare una decina abbondante dei miei colleghi, per la loro sciatteria morale e fisica, per la loro ignoranza inaudita e inqualificabile, per l’indecente maldicenza e la protervia nel manifestarla, per la malafede unita all’arroganza, per l’incapacità di provare vergogna, per il discredito che gettano su tutti noi, perchè una macchia su di loro è una macchia su tutti, perchè chi sta una barca che affonda e incrocia le braccia mentre gli altri remano è peggio che colpevole, è un criminale e un parassita. Da quella che spiega che le troie si chiamano così da Elena di Troia, a quella che alle cinque del pomeriggio, comunque, se ne va anche in pieni scrutini, quella che non legge un libro dalla laurea, quella che urla che la quarta classe non la vuole perchè la storia di quarta non la sa, quella che vuole sapere che mestiere fanno i genitori degli studenti per decidere se rispettarli, quella che pensa che un anno scolastico sia quella cosa compresa tra le vacanze di natale e quelle estive.
  2. Cose scritte: dieci pagine che non so se vedranno mai la luce. Son certa sia capitato anche a Borges, sebbene ne dubiti. Potrei anche tentare di giustificarmi dicendo che è stato un anno molto difficile, ma la verità è che la disperazione non mi ha mai ottenebrato la vena creativa, anzi. Forse lo può la preoccupazione per il proprio futuro e la prossimità con gli inetti? Che l’inettitudine sia contagiosa? Quaestio da affrontare il prossimo anno.
  3. Rielaborazione critica dell’intera geografia dei rapporti interpersonali. Diciamo che ho concesso il beneficio del dubbio più spesso di quanto sarebbe stato raccomandabile.
  4. Interessanti approfondimenti sul concetto di rapporti sentimentali oltre i quaranta. Ecco il campo da esplorare per ravvivare la vena creativa languente.
  5. Delusioni calcistiche. E’ proprio vero che la tempra delle convinzioni si vede nelle difficoltà.

Il resto sono solo fastidi sparsi, a grappolo, come certe emicranie che per il momento l’ibuprofene riesce comunque a tenere a bada, visto che sulla mia amata Novalgina  tutto il male possibile è stato detto e comprovato (anche se la memoria dell’immediato e piacevole ottundimento del dolore che si diffonde dalla lingua al corpo resta ancora uno dei miei ricordi più cari). Con lo stesso spirito di Tommaso Moro chiuso nelle segrete e in attesa della morte (ma con un curriculum meno prestigioso all’attivo), medito sulla caducità delle cose umane e separo la monnezza dalle cose importanti:

  • sono ancora convinta che mediamente le donne non sono meglio degli uomini. La media delle donne che conosco, che non siano quelle che frequento (se no non le frequenterei) è francamente inquietante, vuoi per pochezza che per abitudini irritanti.
  • sono ancora convinta che gli uomini che ho amato almeno una cosa buona ce l’avevano. Di qualcuno non ho ancora scoperto cosa, così continuo a frequentarli sperando un bel dì di giungere all’Eldorado.
  • sono ancora convinta che l’odore della pelle di un uomo che ci piace sia l’odore più squisito della terra.
  • sono ancora convinta che, per dirla con John Lennon, l’amore è la risposta. Di chi, questa è la domanda.
  • sono ancora convinta che le persone che ho perduto ce l’hanno messa tutta per slamarsi, io per me le avrei tenute avvinte come l’edera. Si vede che non era cosa.
  • sono ancora convinta che la primavera in Sardegna è lo spettacolo più commovente della terra. Tutto sta nel beccarla, che non è facile.
  • sono ancora convinta che andare in vacanza in agosto sia una coglionata.
  • sono ancora convinta che il mio è un bel lavoro, anche se uno studente mi dice “prof, con lei ci vogliono i sottotitoli”. Almeno so da dove cominciare, gli spiego le parole che non hanno capito. Almeno questo lo posso fare.

 

 

November 20th, 2011

GPS E LORAN.

Un nuovo aspirante musicista si è unito, nel quartiere, al mesto pianista già esistente. Dico mesto perchè la avvilente fase delle scale dura ormai oltre il limite consentito. Abito nel circondario da almeno sei anni e non ricordo di aver sentito altro. Il nuovo poverino (o poverina) è, credo, un sassofonista. Mi pare un anziano abitante di New Orleans che suona al funerale di un amico morto di cirrosi epatica.

Però loro hanno un obiettivo. Li invidio. Hanno sicuramente tutta una filmografia di giovani misconosciuti che poi giungono al successo dopo umiliazioni e patimenti di ogni sorta, ma supportati da amico e/o fidanzato e/o mamma e/o insegnante amareggiato ma non domo che li spronano e li incoraggiano fino al ragguingimento dell’agognata meta. Mi sento molto frustrata e deprivata dal non avere a fianco simili personaggi. I lamenti,  gli strimpellii e gli gnaulii che sento, diciamo prefesibilmente il pomeriggio o la domenica mattina (i soggetti lavorano? studiano?) mi scatenano alcune riflessioni sulla mia vita, che con la musica in fondo non hanno nulla a che fare.

E se possiamo fare un accostamento azzardato, diciamo che le mie velleitarie lezioni di musica si sono tradotte nel tempo nel tentativo di decodificare le menti e i comportamenti maschili.  E, la verità, c’è stato anche un momento nel quale sono stata pure convinta di aver capito delle cose. Ma come è inutile pretendere di diventare Toscanini senza frequentare il Conservatorio, così non si può davvero credere di maneggiare un essere umano maschile senza preparazione adeguata e pretendere che non ti esploda in faccia.

Ho lottato per anni con amiche preziosissime e di riferimento, le quali hanno cercato, con tutti i mezzi a loro disposizione tranne la violenza, di farmi comprendere che anche tra il migliore di essi e la decenza c’è comunque una distanza pari a diverse centinaia di migliaia di miglia marine, quindi un sacco di acqua in tempesta popolata da esseri viventi potenzialmente pericolosi, per cui anche quando provano ad arrivare a nuoto alla sufficienza, poverini, è possibile che gli capiti una disgrazia e che non ci arrivino mai. 

Esattamente come a scuola con gli studenti, dò il beneficio del dubbio molto più spesso di quanto sia giustificato dall’evidenza, e la correzione in corsa è pratica ad altissimo rischio.  Un tempo, ero brava ad orientarmi in mare. Credevo. Ma quando naufragavo ci rimanevo malissimo, diciamo che morire annegati non è affatto bello, e tra le morti possibili se la gioca col rogo e col cancro. Adesso utilizzo lo stile del navigare a vista, chè almeno il naufragio è tra le possibilità ammesse in partenza e c’è un certo gusto dell’avventura, diciamo un salgariano sapore del “a me fratelli della Filibusta!”, insomma tutta un’atmosfera circonfusa di leggenda che fa si che anche farsi del male fa parte del piacere.

 Ecco perchè il GPS nelle questioni di cuore non serve, perchè che senso ha sapere dove si sta andando quando sapete benissimo che il problema non è la direzione da prendere ma la barca che vi ci porta?  Barchetta fragile, viaggio breve. Resta solo da godersi la traghettata, sollevare la faccia al sole, farsi colpire dagli schizzi, e, al momento di inabissarsi,  sapere con folgorante luminosa certezza che, nel frattempo, avete imparato a nuotare.

Comunque, sarete salve.

October 11th, 2011

Dica “aaaaa!”

Una delle poche cose intelligenti che un uomo con cui vivevo ha detto (ma era concetto riportato, non originale) è stata la seguente perla di saggezza: il tempo è galantuomo.

Quando vi capitano delle cose molto molto brutte, vi capitano anche un certo numero di benintenzionati (in quantità inversamente proporzionale al bisogno che ne avete: vale a dire, la miglior cosa sarebbe chiudersi in una tana sul Monte Spada e aspettare che il dolore passi), i quali parrebbe che abbiano trascorso una vita inutile, giorni e giorni vuoti in spasmodica attesa soltanto di incontrare qualche sofferente al quale essere d’aiuto con consigli e saggezza varia.  Se aveste il bene dell’intelletto, in quei momenti, (ma non l’avete) e vi fosse rimasto un goccino di presenza di spirito e capacità di osservazione (ma non le avete), vi chiedereste: “Ma tutta questa gente dove era? Perchè non ci torna? E come mai sentono il bisogno di fornire consigli? A quale Università del Recupero Post-Trauma si sono laureati? E chi li ha chiamati? Li dovrò pagare?

Nonostante sia una personcina che fa amicizia con una certa facilità, non è che abbia mai avuto centurie di amici veri. Diciamo che quei dieci me li coccolo da decenni, e me li tengo cari. Gli altri li possiamo definire conoscenti. Quando mi sono trovata coinvolta nell’affondamento del Titanic (io ero contemporaneamente l’iceberg e il transatlantico che andava a fondo), dopo la fase terapia intensiva mi sono volta per istinto verso i più vicini e disponibili di quei dieci, e ne ho trovato due a portata di mano, senza i quali sarei ancora là nel fondo a servire da casa per creature da fondale. Ma nella fase scomposta e spasmodica del dibattersi a terra, diciamo un pò come una nassa piena di murene rovesciate sul pontile di un peschereccio, prima che trovassi la direzione verso gli amici, che loro si sapevano cosa fare, ho incontrato molti di loro. I Benintenzionati.

Quelli che, se diciamo che stiamo parlando di un uomo che ad un certo punto si sente operatore ecologico e ti vede come rifiuti umidi,  quando infine ti vedono in discarica decidono che è ESATTAMENTE QUELLO il momento giusto per raccontarti come, durante gli anni del vostro ,voi credevate, amore condiviso lui si sentiva l’anima da ginecologo con moltissime pazienti; quelli che, in occasione del medesimo evento, sempre parlandovi mentre voi giacete tra il compos e vorreste tanto la fine del mondo adesso, vi elargiscono tutta una serie di consigli alcuni dei quali vi sembrerebbero anche dei reati, se solo riusciste a pensare, ma intanto avvertite solo una sofferenza diffusa e acuta, un pò come un coltello seghettato passato e ripassato sui tendini del ginocchio. Perchè mi fate questo? vi dite.

Alcune indicazioni date a me da certi Benintenzionati. Cattolici praticanti (è stato da allora che ho cominciato a stimare il culto ebraico: se deve essere vendetta, che sia):

  1. Perchè non gli vendi il gommone e ti tieni i soldi?
  2. Perchè non ti prendi i mobili?
  3. Perchè non ti sei fatta mettere incinta così gli chiedevi gli alimenti?
  4. Speriamo che gli venga una malattia.
  5. Speriamo che la nuova donna gli metta le corna.
  6. Lo sai che si portava le troie a casa vostra? (Con varianti: nel vostro letto/macchina/garage/casino da caccia).
  7. Lo sai che veniva a cena a casa nostra e si portava altre donne?
  8. Lo sai che parlando di te ti prendeva in giro per come eri minchiona e credevi a tutto?

 

Vi ricordate dei medici antiche che per ogni patologia vi divevano:”Apra la bocca! Di più! Di più” e quando vi sentivate come un pitone nell’atto di inghiottire un caribù e sentivate distintamente uno scricchiolio sinistro nella giuntura tra mascella e mandibola, vi diceva:”Tiri fuori la lingua e dica aaaaaaaaa!”? E voi con le lacrime che scorrevano silenziosamente ai lati del viso vi sentivate morire e non capivate perchè e che c’entrasse col vostro male? Ecco, la sensazione è la stessa.

Io ad un certo punto mi sono ricordata di essere stata una combattente, e mi sono ribellata. Siccome non potevo sparare (è un reato, e non avevo una pistola), siccome piangere avevo già dato, siccome alla fine non ve lo ha ordinato il medico di subire i coglioni che la sorte vi mette lungo il cammino, e siccome  non vi ha ordinato nemmeno di essere paziente con tutti, ho fatto l’unica cosa possibile. Mandarli a fare in culo, con gioia e catartica soddisfazione. E’ l’inizio della rinascita, vi assicuro.

Ora il mio medico è un gentiluomo dalle mani delicatissime, e quelle persone non le vedo più.  La mia vita è molto felice.

August 8th, 2011

Sui cadaveri e sui fiumi.

Normalmente diffido fieramente dei proverbi, dei luoghi comuni, dei detti della nonna e della saggezza dei nostri maggiori. Me ne piacciono solo alcuni, tra cui “la minchia non vuole pensieri” e “raglio d’asino non sale in cielo”, ma solo perchè ne ho comprovato empiricamente la validità nel quotidiano.  Specialmente sul primo. Gli altri mi suscitano distacco, perchè non è sempre vero che una cosa molte volte ribadita diventa vera.

Ulteriore diffidenza mi scatenano detti, sia pure millenari, appartenenti a culture molto distanti da noi. So che la tradizione orientale ci offre florilegi di tali detti, ma un pò di discernimento ci aiuta a vivere meglio. Avranno insomma detto qualche minchiata anche loro, via….

Usciti dalla nursery ed entrati a buon diritto nel mondo degli adulti, siamo stati investiti nel tempo da varie mareggiate di tali sorgenti di sapienza. Chi ha avuto il bene di conoscere i nonni, avrà raccolto copiose messi di tali spunti, e ne avrà fatto tesoro. Preferibili, le indicazioni avite, a quelle di valore diciamo globale, provenienti da Oceania o ex Cocincina. Mia nonna, procidana, ne aveva diversi, che mi hanno guidato nel tempo, echeggiando nel mio subconscio con i toni del suo accento cantante.

Ma quelli universali mi hanno sempre fatto pensare a pochezza di pensiero e rachitismo di fantasia personale, e in particolare uno: si, si,  avete capito, quello del cadavere del nemico che dovremmo aver piacere di veder passare un dì o l’altro sulla riva del fiume.

Nata e cresciuta in zona costiera, non ho mai avuto grande dimestichezza con la realtà fluviale, che anzi, pure nel suono della parola, mi ha sempre dato sensazioni limacciose e torbide, piene di detriti marcescenti in lenta avanzata verso il mare, tipo delta del Mekong.  Inoltre, procedendo nell’esegesi del detto, in occasione delle molte devastazioni morali e materiali della mia vita, di cui il cadavere dovrebbe costituire metafora, tra tutte le sensazioni provate, l’immobilità ebete davanti al nulla in contemplazione del proprio disfacimento giammai fu una tra le opzioni ammesse; giusto se la tranvata è stata grossa grossa, sono ammesse alcune settimane seduti all’angolo mentre il coach ti sventola un asciugamano davanti alla faccia e ti chiede di contare “quante dita sono?” giusto per evidenziare presenza di danni al cervello. Ma l’idea che qualcuno possa passare il resto della sua vita aspettando una qualunque forma di vendetta è per me motivo di meraviglia compassionevole.

Saltando la fase del rancore, caldeggiata dagli psicologi americani per tumorati al termine, alcoolisti pentiti e sofferenti di ogni genia, fase che mi è sempre parsa una perdita di tempo, io sono passata direttamente da quella della sofferenza straziante a quella della svagata indifferenza, attraverso alcune gradazioni di cicatrizzazione. Ci sono un sacco di farmaci che si possono assumere per aiutare il trapasso: buone letture, buona cucina, nuove amiche, vecchie amiche, spostamenti, imparare una lingua, andare a letto con un certo numero di uomini carini (o donne, chi gradisse). 

 La speranza di scorgere, dopo vari anni di immobilità inerte (che può anche causare piaghe da decubito, atrofia di muscoli e arti vari, oltre che una noia senza uguali e le sevizie di insetti pungenti di ogni genere), una cosa saponificata, livida e gonfia, triturata dagli scogli e dai fondali e resa irriconoscibile da pesci e molluschi, e pensare che questa visione possa costituire un sollievo o una rivincita, sfugge alla mia comprensione, anche come metafora.

Se in tutti gli anni trascorsi dalla tranvata io non ho trovato di meglio da fare per dare un senso alla mia vita che sperare, ferma e incancrenita nel mio dolore, che lui se la stia passando molto peggio, non merito la vita che ho. Se cadavere c’è stato, voi non c’eravate per vederlo, perchè eravate altrove, trascinata dalla corrente meravigliosa della vostra esistenza.

Inviate pensieri di benevolenza, e dimenticate. E’ l’unica vendetta che abbia un senso: una vita ben vissuta.  Così vi capiterà, saltellando allegra verso i vostri molti interessai, di rispondere, come è capitato recentemente a me:-”Lui chi?

July 19th, 2011

Il talento e le cozze.

C’è un aneddoto molto carino che mi raccontò una volta un uomo a me caro, colonnello dei parà.  Era in napoletano, e sinceramente rendeva meglio che in italiano puro. Riguardava un uomo che discorreva col suo amico scrittore, e, chiedendogli che avesse fatto ultimamente, e ricevendo come risposta: ho scritto una commedia, l’amico ribatteva: ah, ma allora non hai fatto un cazzo tutto il tempo.

So che è  invalsa la convinzione che chi scrive per ridere sia uno scrittore di qualità minore, diciamo una adidas taroccata dai cinesi. Nella maggior parte delle librerie il settore umoristico comprende alla rinfusa pseudo libri di comici televisivi (o dei loro autori, che fa lo stesso), le barzellette di Totti e quelle sui Carabinieri, Woodhause (se il libraio sa cos’è) e qualche autore del momento. Questi scempi sono molto comuni, scandalizzarsi non conviene, nessuno vi capirà.

A far piangere non ci vuole nulla. Gli iongredienti sono sei o sette, e, mescolati in  giusta dose e sapientemente acconciati con una prosa vivace e originale, potete far singhiozzare come fontane zie e conoscenti, vicine di casa e perfetti sconosciuti. Far piangere è un mestiere semplice, e molto pagante. Non mi esprimo su altri canali di comunicazione, ma per quanto riguarda la scrittura ormai siamo abituati a quasi tutto: ci hanno scagliato addosso secchiate di dolori, malattie terminali, cancri e anoressie, patologie mentali le più svariate, dalla schizofrenia simplex fino al cannibalismo. Non parliamo poi delle turbe sessuali: abbiamo avuto il grande onore di entrare tra le mutande di ninfette, vecchi vogliosi, disturbati sessuali di ogni genere, financo vampiri e creature aliene. Una oscura fase  editoriale degli anni novanta, che preferisco dimenticare, ci aggiornava sui primi sgrillettamenti delle adolescenti che, tra un nulla e l’altro, la davano via alla qualsiasi o si industriavano per farlo. Nemmeno una blasonata scrittrice della nostra isola è rimasta immune a questo fascino e, se non ricordo male, faceva incontrare alla sua eroina un sadico, fornendo così uno scopo a quelli che mi sono parsi vagabondaggi senza costrutto. Ormai sappiamo come trombano e eiaculano, e dove, in che orifizio e con che frequenza, tutti. Insomma, se vuoi scrivere, fai scopare qualcuno e poi fallo morire tra atroci tormenti.

Chi la butta in caciara, non lo fa perchè non sa che dire. Non la meno con la illustre e antica storia della satira perchè sarebbe pedante, ma la risata è spesso il modo migliore per capire una realtà, per descriverla, per accentuarne l’orrore o per smascherarne il ridicolo, ridere fa bene, distende il sistema nervoso e, per strano che vi sembri, non fa venire le rughe.

Si può e si deve ridere di tutto, morte compresa, e una bella pagina scritta con maestria, dove l’ironia palleggia le parole come un giocoliere, lascia l’animo pulito e sereno, avido di vita. I grandi umoristi sono stati i miei maestri, a loro devo un approccio alla realtà che è fonte di perenne stupore, e salvezza dal ridicolo, mio e altrui.

Far ridere  per iscritto è difficilissimo. Gli ingredienti sono due, ma se li sbagli hai creato una banalità indegna degli alberi che verranno sacrificati per pubblicarla.  Tutti ci provano, tutti falliscono, e poi vanno ad ingrossare le schiere dei detrattori. La scrittura umoristica è per gli umili, per i devoti, per i pazienti e per gli ispirati, per i mistici e per i gaudenti. Prima di provarci, inchinati ai maestri e leggili tutti devotamente.  Twain, Dickens. Fruttero e Lucentini, Trollope. Marziale, Catullo, Orazio. Taci, e impara.

E’ come per l’impepata di cozze: tutti sono convinti di poterla fare. Ma io, una impepata buona buona, in vita mia l’ho mangiata solo due volte.

April 26th, 2011

…e si lamentano pure….

Chi è che ha votato questo governo?

Fare questa domanda è politicamente scorretto come chiedere in ascensore: “chi ha fatto questa terribile puzzetta?” Nell’uno come nell’altro caso, probabilmente vale l’antico adagio : chi lo dice l’ha fatta. E come per gli autori delle puzzette, non è mai stato nessuno. Allora cosa è questa atmosfera da latrine medioevali a cielo aperto? E perchè c’è puzza di merda?

Ma io sono certa di aver individuato alcune tipologie di individui rei, e comunque, se volete condurre uno studio del tutto empirico e con nessuna velleità scientifica, potete sedervi nelle panche appositamente messe a disposizione dalle agenzie Posteitaliane, in un momento di punta, e star lì a confondervi con la tappezzeria per un pò fino a che i vostri vicini, prima una massa di vociare olente e indistinto, si scinda in varie molecole di discorsi intelligibili.

Io stamane ho scelto l’agenzia a Piazza del Carmine. Una istituzione, anche bella a modo suo, con quelle architetture in puro ventennio ingentilite dall’usura, che dona a tutto, anche all’orribile, una patina di quieta bellezza. Dall’esterno, a folate, il puzzo degli alberi che non ho mai capito che alberi siano, e che producono quelle mefitiche bacche che, spiaccicate al suolo in primavera, danno quel lezzo di putrescina così caratteristico.

Davanti a me, pure se correntista, varie decine di clienti in attesa. Per un pò ho fatto il bonzo, poi siccome incombeva l’abbiocco, ho riattivato l’audio e l’ho indirizzato verso le figurine sedute accanto a me, sulla punitiva panca lignea, alla destra. Già questo doveva insospettirmi, ma in realtà sono io che mi siedo sempre molto a sinistra, praticamente sul bracciolo.

Due linde vecchine, corredo completo di capelli bianchi corti e azzurrati, ombrello (detto paracqua in zona), varie buste, borsetta stretta tra le mani sofferenti, una forse aveva un bastone. Parte il loop, con un andamento da manuale:

VECCHINA 1: “Ih che lenti stamattina…”

VECCHINA 2:” Eh tanto a loro cosa gliene importa che aspettiamo…”

V 1:” Dimoniusu…(diavoletti malandrini)”

V2: “Io mi credevo (sic) che oggi erano chiusi…”

V1 :” Nossi (sincope per nossignora), anche gli ospedali sono aperti, già stanno (rafforzativo) lavorando tutti..”

V2:” Eh, solo le scuole sono chiuse..”

(Qui, lo confesso, ho chiuso gli occhi, sapendo e temendo cosa stava per essere detto. Lo sapevo eppure ho sperato, ho creduto, ho pensato…che cosa ho sperato, poveretta me? Che almeno loro, delle nonne, delle possibile zie di precarie, di meste martiri della cultura, sapessero, potessero, volessero….)

V1: “Ihhh, bellixeddusu….quelli sono sempre in vacanza….e si lamentano pure….”

Avevo molta voglia di piangere, mi sono limitata a incrociare lo sguardo della più vicina, che mi sorrideva a cercare consenso, e l’ho guardata come se avesse ruttato in piena Via Crucis.  Poi fortunatamente il contaclienti misericordioso ha tintinnato il numero di una delle due, e la conversazione è finita qui.

Ecco, le ho trovate: due elettrici dell’Homo Insapiens, del fautore delle tre I, Ignoranza, Immoralità e Indecenza, colui che ha dato corpo alle paure di tutti: il docende mangiapane a tradimento, quello che ha tre mesi di vacanza, quello che mette tre a vostro figlio perchè lo odia, quello che è sempre sempre in vacanza e che mangia anche i bambini, perchè in più è pure comunista. Quelle che pensano che Mariastella è una che finalmente li ha stanati, questi delinquenti, ed è anche una brava ragazza timorata di Dio (che sia praticamente analfabeta non ha una grande importanza, in un Ministro della Pubblica Distruzione), e pure Brunetta, finalmente un uomo onesto che tutti questi fannulloni ma in miniera li deve mandare (quali miniere?).

Ho pensato con maggior rispetto agli Inuit, che gli anziani non più autosufficienti li abbandonano sul pack. Però mia mamma non è così. Ma mia mamma è stata una maestra. Un’altra di quelle inutili bocche da sfamare da parte di chi lavora davvero.

April 19th, 2011

La caduta dell’Impero Romano

La parola “scandalo” mi era nota da giovanissima, assieme a molte altre parole colte, sconosciute alla maggior parte dei coetanei, tipo mallevadore, ebdomadario, rebbi, vibrisse. Non per presunzione, è che ero una ragazzina sfigata, che si gettò sui libri come una zattera. Essi ricambiarono l’amore, e mi salvarono la vita.

Scandalo, si diceva.  Conoscevo la parola e la sapevo usare sia in senso proprio che figurato. Ma fino a quesati ultimi anni della mia vita, non avevo davvero la percezione dell’estensione di senso di tale vocabolo.

Scandalo: una figura istituzionale dello stato che defeca sistematicamente e nella più totale impunità su istituzioni e valori, come la scuola, la famiglia, la religione, il rispetto, la legalità, la decenza, i morti per lo Stato e i morti per difendere un valore, il lavoro, la vita, la giustizia, il decoro, la libertà di parola, di pensiero e di dissenso, la cultura, la bellezza, la sobrietà.

Scandalo: il controllo delle menti attraverso la comunicazione.

Scandalo: un uomo di pace, giovane e bellissimo, che muore per aver difeso un’idea.

Scandalo: i roghi di libri, i roghi di idee, i roghi di persone, i roghi di bandiere, i roghi di foreste.

Scandalo:  l’impudenza, la malafede, la disonestà e l’indecenza elevati a valore.

Scandalo: i barconi di migranti problema da risolvere di una regione e non dello Stato.

Scandalo: uno  Stato rappresentato dalla feccia d’Italia.

Scandalo: la scuola bivacco di arresi, tenuta in piedi da un manipolo di resistenza umana.

Scandalo: Calisto Tanzi, la Tyssen Group, Moratti e Sarroch, Mills, tutte le aziende che portano gli stabilimenti all’estero, Berlusca, Berlusca, mille volte Berlusca.

Tutte queste definizioni nello Zanichelli non sono presenti, nemmeno nella Treccani o sul Devoto-Oli.  Sarà tempo di aggiornamenti.

April 12th, 2011

Usque tandem, infime, abutere patientiae nostrae?

Credo ci sia poco da commentare.

Riceviamo dall’agenzia di stampa Area, e volentieri pubblichiamo.

SCUOLA. BUFERA SU MEDIASET, RECLUTA PRECARI PER UN REALITY SHOW
I PROF: CALPESTATA NOSTRA DIGNITÀ. L’APPELLO: NON PARTECIPATE.

(DIRE) Roma, 11 apr. – E’ bufera su Mediaset: Canale 5 starebbe
reclutando docenti precari rimasti senza lavoro dopo i tagli
della Gelmini per un reality show in cui dovrebbero tenere a bada
una classe di vip un po’ ignoranti da sottoporre a test in stile
Invalsi. In palio dieci anni di stipendio. “Uno schiaffo morale”,
alzano la voce i docenti. Orizzonte scuola denuncia: in questi
giorni appare sempre piu’ spesso sui canali Mediaset una striscia
pubblicitaria con la quale il casting comunica di essere alla
ricerca di docenti precari.
   Di che si tratta? “Siamo andati ad indagare ed abbiamo
scoperto che sarebbe intenzione delle reti Mediaset la messa in
onda di un reality show nel quale vengano coinvolti anche i
docenti precari. Ci sono gia’ indiscrezioni sui conduttori:
Nicola Savino e Barbara d’Urso, quest’ultima, addirittura, nei
panni della preside”. In cosa consisterebbe questo programma? “Il
cast sarebbe formato da ex concorrenti tra i piu’ somari della
storia dei reality nei panni di studenti e docenti precari nei
panni di insegnanti che avranno il compito di preparare i vip ad
affrontare una gara di quiz”. I precari dovranno essere
disoccupati (di questi tempi non ci pare una rarita’) e, se
selezionati, avranno 10 anni di stipendio. E c’e’ chi urla allo
scandalo come la Flc Cgil: “E’ una vera, autentica, clamorosa
vergogna”.(SEGUE)

  (Ami/ Dire)
11:05 11-04-11

NNNN
SCUOLA. BUFERA SU MEDIASET, RECLUTA PRECARI PER UN REALITY SHOW -2-

Roma, 11 apr. – “Dopo le offese da parte del premier-
continua la Cgil- alla scuola statale, l’offesa da parte delle
sue reti a lavoratrici e lavoratori precari, che hanno
contribuito finora ad assicurare il diritto all’istruzione, sotto
costante attacco da parte di quelle istituzioni che dovrebbero
invece garantirlo”. I precari del Cps (Coordinamento precari
scuola) hanno cominciato a far girare una mail per “boicottare”
il programma.
   “Sul momento, siamo stati favorevolmente colpiti dall’idea che
si volesse fare una trasmissione che desse voce ai precari della
scuola- spiegano gli insegnanti- Finalmente! E, invece, l’amara
sorpresa: apprendiamo con rabbia e sgomento che l’idea e’ quella
di mandare in onda un reality show nel quale saranno coinvolti
anche i docenti precari. Insomma prima la politica riduce alla
fame i precari della scuola, poi arriva il reality show che ha
l’unico scopo di sfruttare la disperazione per denigrare i
precari della scuola rendendoli fenomeni da baraccone. A noi non
interessa chi sia l’ideatore di un simile contenitore, vorremmo
solo ricordare a lui (o loro) che la dignita’ del personale
docente precario della scuola, tanto piu’ se disoccupato, non e’
in vendita e non verra’ sacrificato sull’altare del peggiore dei
format televisivi”.

  (Ami/ Dire)
11:05 11-04-11