March 24th, 2012
UOMINI E TOPI.
Chissà che cosa pensano di noi i topi usati in laboratorio per le analisi e le sperimentazioni. Certi giorni mi immagino che guardino, coi loro piccoli occhietti a bottoncino, i grandi volti degli umani deformati dal vetro e dalla distanza che li osservano dall’esterno, e che pensino di far parte di un universo di orrore in cui la loro misera vita si svolge in balia di creature che decidono i loro pasti, i loro percorsi, le loro sofferenze e la loro morte.
Altri giorni invece mi sento il ricercatore, e osservo le gabbie di vetro intorno a me, entro le quali si dibattono i topi che vivono la nostra stessa vita. Miracolosamente, queste creature dotate di rudimentale intelligenza e funzioni vitali elementari, si aggirano nelle loro piccole scatole convinte di vivere una vita; agiscono, si affannano, e lottano, e credono di raggiungere degli scopi; a me a vederle da fuori fanno pena (talora senso), perchè a mio avviso stanno lottando per un pugno di miglio e un giorno di vita in più.
Eppure noi siamo circondati, ogni giorno, da specie differenti di topi rispetto a quelli da laboratorio. Dei topi che si aggirano liberamente per le strade, hanno anche delle occupazioni lavorative, fanno cose, agiscono. Sembrano normali, e non lo sono.
Questi topi nostrani hanno però in gran conto le apparenze, e nella loro Topolandia frequentano moltissimo il parrucchiere, non sempre con esiti felici; alcune di queste coiffeuses indulgono in tinte Arancione Tramonto nell’Aranceto o caschetti alla Biancaneve (con cerchietto), e chissà come mai non vengono denunciate all’Ordine della loro professione; frequentano moltissimo anche i negozi di pellami, spendono capitali in borse e scarpe, l’importante è che la marca sia riconoscibile e si capisca che hanno investito nel prodotto; anche l’abbigliamento si prende la sua parte di gloria, ma certi punti di rosa o di senape io li ho visti solo addosso a loro o nella scatola da 48 dei pennarelli Carioca.
Questi topi non leggono, mai, nulla. Qualche volta, in tono di aggressione, citano le ultime edizioni di autori apparsi in tivù, che non è di per sè stesso un male ma nemmeno un titolo di merito. Alberoni e Pansa, per intenderci. Se poi un libro vince un premio, tocca leggerlo per forza, fa prestigio. A casa loro è più facile trovare un a batteria di centrini che l’opera completa di Shakespeare, e sanno ricamare come Aracni, ma tutte le ragnatele sono finite dentro il loro cervello. Confondono i traguardi sociali con le virtù, ed essere sposate e stronze è meglio che essere delle brave persone.
Non sanno cosa sia l’amor proprio, la dignità, il rispetto di se stessi, ma in compenso si aggiornano su tutte le pubblicazioni matrimoniali del loro comune; magari non è neanche colpa loro, sono figli di molte generazioni di topi analfabeti e repressi socialmente, e gli unici confini che conoscono sono quelli dei loro squallidi mondi.
Questi giorni l’idea di essere circondata per un terzo della mia vita da branchi di questi stolidi animaletti un poco mi ha suscitato sgomento, mi sono sentita dentro un fumetto di Dylan Dog, ma poi ho pensato che per fortuna a me restano gli altri due terzi della vita, tempo nel quale mi perdo dentro l’odore polveroso e amaro delle pagine dei libri, dentro la meraviglia senza fine che dà il confronto quotidiano con menti illuminate, dentro la salda vertigine delle braccia dell’uomo che amiamo e che ci ama, dentro l’umida violenta dolcezza del suo corpo, dentro paesaggi senza orizzonte che ci aspettano ogni volta differenti, dentro la soddisfazione di non sapere che cazzo farsene di un uncinetto, dentro l’orgoglio di non aver partorito nessun figlio ma di essere in grado, qualche volta, di partorire discrete pagine di scrittura, dentro la soddisfazione di vivere diversi da tutti gli altri ma sempre, sempre in meravigliosa armonia col proprio credo e con la propria coscienza.
Se sono nati topi, ci sarà un motivo.


Italiano